← Torna al diario
東京

Esordi

La mia prima volta a Tokyo

Maggio 2026 📍 Tokyo 📖 8 min di lettura

Sceso dal Narita Express con due valigie e zero giapponese, convinto che sarebbe stata una vacanza come un'altra. Diciassette anni dopo posso dirlo: non lo è stata.

Era ottobre 2009. Avevo trent'anni, un lavoro nuovo che mi divorava le giornate, e l'idea — fissa nella testa da mesi — che mi servisse "qualcosa di diverso". Tokyo non era un'ossessione, era una curiosità. Avevo letto Murakami, visto Lost in Translation, scaricato qualche disco di Sakamoto. Niente di più.

Sceso dall'aereo, ho fatto la cosa più sbagliata possibile: ho preso il taxi dall'aeroporto. Costo: l'equivalente di 250 euro per arrivare in centro. Tre ore dopo, al check-in di un hotel a Shinjuku, ho capito che il Narita Express costa 30 euro e ci mette 50 minuti. Il primo di una lunga serie di errori da principiante.

I primi tre giorni: shock culturale

Quello che nessuno ti dice è che il jet lag a Tokyo è brutale. Otto ore di differenza, sveglia alle 4 del mattino con la sensazione di poter conquistare il mondo, crollo alle 16 del pomeriggio mentre cammini per Ginza. I primi tre giorni li ricordo come un sogno disordinato.

Mi sono perso. Tre volte in metro, due volte cercando l'hotel. Una volta ho chiesto informazioni a una signora anziana che mi ha accompagnato per dieci minuti fino al portone giusto, salutandomi con un inchino. Non parlava una parola di inglese. Io non parlavo una parola di giapponese. Eppure ci siamo capiti perfettamente.

In Giappone non ti serve la lingua. Ti servono pazienza, rispetto e l'umiltà di lasciarsi guidare. Tutto il resto si impara per strada.

Le cose che ho sbagliato

Il JR Pass. Non l'ho comprato. Pensavo di restare solo a Tokyo. Poi mi sono spostato a Kyoto, Hakone, Nikko — e ho pagato ogni tratta singolarmente. Il calcolo finale: ho speso quasi il doppio.

I contanti. Ho portato 200 euro in yen, convinto che le carte funzionassero ovunque. Falso. Nei piccoli ristoranti, nei templi, nei mercati, devi pagare cash. Ho passato il quarto giorno a cercare un 7-Eleven per il primo prelievo.

Le scarpe. Mi sono presentato in un ryokan a Hakone con scarpe da trekking allacciate strette, in pelle, con calzini bucati. Toglierle e rimetterle è stato un incubo per due giorni. Da allora porto sempre infradito o scarpe slip-on quando so che dormirò tradizionale.

Il sushi mattutino. Sono andato al Tsukiji (allora ancora attivo) alle 11 del mattino, pieno di tipi che hanno mangiato alle 6. Sono finito in una catena. Lezione: i posti veri al mercato chiudono presto. Vai alle 6:30, vai a stomaco vuoto, fai la fila in silenzio.

Il momento che ha cambiato tutto

Quinta sera, sotto la pioggia, a Shinjuku Golden Gai. Cercavo un izakaya a caso, sono entrato in un locale di sei posti dietro un'insegna in kanji. Il padrone, un uomo sulla sessantina, mi ha guardato come si guarda un alieno. Mi ha versato un sakè caldo, mi ha messo davanti un piattino di tsukemono e poi, lentamente, con gesti, mi ha chiesto: "Italia?". "Sì". "Calcio?". "Sì". Ha riso, ha tirato fuori una foto in bianco e nero di Maradona ritagliata da un giornale, e me l'ha messa sul bancone.

Siamo rimasti due ore. Ha parlato in giapponese tutto il tempo, io in italiano. Non abbiamo capito niente l'uno dell'altro. Eppure quella sera, uscendo nella pioggia, ho saputo che sarei tornato. Ho saputo che era cominciata una storia lunga.

Cosa rifarei oggi

Tutto, ma diversamente. Comprerei il JR Pass prima di partire. Porterei 500 euro in yen subito. Studierei le 30 parole essenziali (arigatou, sumimasen, ikura desu ka, kore wa nan desu ka). Andrei meno nei posti famosi e più nei quartieri secondari (Yanaka, Nishi-Ogikubo, Koenji). E non prenoterei tutto, perché in Giappone l'imprevisto è quasi sempre il momento più bello.

Ma la cosa che rifarei senza cambiare niente è entrare in quel locale a Golden Gai, sotto la pioggia, sotto pressione, senza sapere cosa stavo facendo. Perché certi viaggi non iniziano quando atterri. Iniziano quando ti perdi nel modo giusto.

Diciassette anni e 28 viaggi dopo, sono ancora qui a scriverne.